20
Ago
2013

Lettera d’amor proprio

È forse la luce accesa. O il pc fisso spostato nella sala. Alla vista di tutti.
È forse quella camera, tua di diritto più che di fatto.
E che cosa sei tu?, un diritto che non fai valere. Lasci quella camera nascosta sotto un velo di polvere e distrazione finta; museo in tua memoria, in memoria della tua memoria. Quando te ne sei andata hai regalato tutto quello che non meritavi, spedito ad amici lontani in pacchi di scarpe da skate. Ma quei mobili, quei ripiani, quei cassetti, erano il tuo specchio; ed ora che sono solo un vecchio ritratto in cui non ti riconosci, preferisci non guardarlo, preferisci non vedere la vita che è colata via dalla tua persona, i colori che, incrostandosi su quelle mensole, ti hanno sbiadita.
È forse tutto questo che, paradossalmente, mi fa pensare a te. Il motivo per cui ti cerco, o meglio, il motivo per cui mi dico che forse dovremmo risentirci.
Ma non ti trovo, perché sola con me stessa non sono mai. Perché non voglio, o perché non posso. O perché ho paura di te, paura di quello che ancora potresti spingermi a fare, tu che hai più senso di qualunque significato, tu che col tuo tormento mi dai la vita, la sensazione di vivere, di essere presente, e coinvolta. Ti ho ammazzata, forse, con una cura per salvarmi da me stessa. Ma è altrettanto probabile che io stia meglio senza te, come meglio sono stata senza molti da cui credevo di dover dipendere. A un certo punto stacchi la spina e la attacchi in un’altra presa: più comodo e più sensato di una prolunga. E finisce così – con un bisogno creato dalla soddisfazione di un altro bisogno, che trova sollievo semplicemente nell’insoddisfazione. La ricerca non delude, al massimo disillude.
Ma io non ti sto cercando, io mi sto solamente ricordando di te, mi sto solamente chiedendo se dovrei guardarmi indietro, se dovrei inscatolare o portare con me il piccolo mausoleo della mia tragedia personale. Questa è la mia piramide. Questa è la mia tomba. Mi sono soltanto lasciata indietro.
La TV si accende alla mie spalle. I miei parlano tra loro e con me. Vorrei non esserci. Vorrei riuscire a stare da sola con te. Vorrei rivedere i tuoi occhi, ma ho paura. Ho paura di non vedermi riflessa. Non mi appartieni più, non mi servi. Mi hai zavorrata finché dovevo restare sott’acqua, finché dovevo vivere una vita folle e nascosta al visibile e al possibile. Ora ho bisogno di stare in superficie. Coi piedi per terra.
E quindi ti lascio, vita mia passata. Vorrei ricordare con malinconia le tue tristezze e le tue battaglie, i tuoi amori e le tue ingiustizie; e i tuoi momenti di malinconia, e i tuoi tentati suicidi. Vorrei potermi sentire ancora inerme dinnanzi a passioni tanto smisurate, e inumane: eppure non ci credo, non ci credo più. Sei il buco che mi è rimasto sotto la cicatrice. Quando vorrei morire e non piango, sei tu; e quando vorrei amare e non amo, sei tu; e quando vorrei soffrire e non peno, sei ancora tu; sei tu, tu quel buco nella mia coscienza, sei tu la coscienza che non ho, e la sensibilità che ho perso; sei tu il mio pessimismo perduto e tu la mia depressione sconfitta.
Cosa resta, di noi? Solo io. O forse neanche io, forse non del tutto.
Ma non è tristezza, questa: è nostalgia, è vivere l’attimo presente per non pensare a quello prima e quello dopo. Sono felice ora. Ora sto bene, e ballo ogni notte sulla tua tomba.  Ma il mio cuore è fermo, non sento più un battito. E mi chiedevo quindi se la risposta fossi tu, nonostante ti abbia bella che seppellita. Mi sono chiesta se questo è stato il vero prezzo, e non quello della terapia: se il vero prezzo del liberarmi di te non è stato il lavoro che è occorso, ma proprio il perderti, il non poterti più avere.
Mi fa sorridere il rendermi conto che tante, troppe persone potrebbero sentirsi destinatarie di questa lettera fine a se stessa. E invece la lettera è fine a me stessa. È forse una lettera d’amore, forse solo una lettera di rimorso. Non ti ho mai accettata, ma in cuor mio ho cercato di difenderti, e giustificarti, e trattenerti con me fino all’ultimo. Fino al duello finale. Era io o tu. Era la realtà o il sogno.
E non posso far altro stasera, come ogni sera, che augurarti una buona notte, l’ennesima buonanotte, per la tua ennesima notte. E se vorrai tornare nei miei sogni, non me ne potrò dare colpa.

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