anitagrey

Lives in the dimming of your eyes Comes from a thousand years behind Born on the wrong side of life Pieces of her in your mind Live forever after with Anita Grey on Saturday Don't you want something to say? Anita Grey takes you away Away Cry when the best of her goes by Shine like the echo of the sigh Pieces of her in your mind Born on the wrong side of life Live forever after with Anita Grey on Saturday Don't you want something to say? Anita Grey takes you away Away Anita Grey on Saturday don't you want something to say Anita Grey takes you away


26
Giu
2015

Le magnifiche sorti e progressive

– Hai un realismo cinico che certe volte mi fa male.

-Davvero? Non credevo…non credevo che tu ci riflettessi sopra. – Si sforza di spostare lo sguardo dal diario che stava sfogliando allo sguardo di lui. – Ecco, non dovresti. Voglio dire… io parlo così, per dirlo. Dico la verità, sì – ma non dovresti starci male.

-No?

Lui non cambia mai espressione quando parla. Anna pensa che questo renda tutto più facile con lui.

-No. Avrebbe senso? Guardaci. Oggi sei qui, magari domani anche, ma ogni giorno che passa è più probabile che no, che non ci sarai.- Lo sguardo le cade di nuovo sulle mani, che riprendono a sfogliare il diario lentamente, con attenzione – E quando andrai via, non sarà un addio, sai, non ci saranno i saluti. Ce ne accorgeremo dopo, forse, da qualche parte nella nostra mente, o in una qualche ora più familiare delle nostre giornate. – Rassegnata, chiude il quaderno e lo poggia sul comodino; ma fatica a tornare a sostenere il suo sguardo. – Ci perderemo senza neanche salutarci, il che probabilmente è la cosa che più mi consola.

– Come fai a dirlo?

– Logica.

– Già, hai ragione.

– Tu che pensavi?

– Io, niente. Sei tu che pensi sempre. Troppo, forse.

– Troppo?

Anna lo guarda interrogativa. Poi riprende, abbassando gli occhi sulle punte dei piedi:

– Già, troppo. È sempre… è sempre stato un problema, sai. Ma è… difficile. E… banale. – Risolleva gli occhi sgranandoli, come se si fosse appena svegliata da una specie di trans. – Inutile parlarne. Fanculo! Usciamo a bere.

Mentre si prepara per uscire, Anna riflette su quello che sta succedendo. Pensa che la certezza della perdita e della fine possano dare un senso di controllo nelle relazioni interpersonali, un confortante “mal che vada” – e lei è convinta che alla fine male ci andrà, quindi tanto vale che la colpa non sia la sua, e che non sia costretta a fare delle scelte.

Simone intanto prende la giacca e guarda fuori dalla finestra. L’aria stasera non è per niente male, pensa.

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30
Mar
2014

Dettagli

<<Ecco, adesso vorrei solo, tipo… riposare. Ho preso un po’ di sole e.. mm.. direi che… che… la giornata di per sè, voglio dire, è una domenica – cosa ci si aspetta da una domenica? – , direi che la giornata è, ecco, fatta. Nel senso che, l’ho, come dire, finita; l’ho… riempita. Manca ancora qualche ora, ma… beh, in realtà molte. Mancano ancora molte ore ma, a che cosa? E poi, è tornata l’ora solare. Ecco. Un buon pretesto. Mi ci voleva proprio, un buon pretesto.>>. E se lo gustò come un sorso d’amaro dopo un pranzo insipido.
Eppoi le palpebre s’erano fatte troppo pesanti per poterle sostenere. Non ce l’avrebbe fatta – non con quella stanchezza in corpo, no. Il suo corpaccione goffo intanto si affossava nel divano, e la pelle spessa della sua faccia si afflosciava sulle rughe.
In un attimo, cedette, e andò a fondo aggrappato al suo buon pretesto.
Il sigaro toscano che aveva preso un secondo prima del tracollo, scivolò via dalle dita tozze, e rotolò sul pavimento.

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05
Ott
2013

Ottobre

Giornata pesante, aria grigia, niente musica. Da un po’ di mesi è come se avessi ingoiato un macigno. Non penso a niente che non sia quello che devo fare o quello che non sto facendo. Non una riflessione che non sia un programma o un monito. Non sono mai presente. Neanche mi manco.
È arrivato un freddo tremendo, invernale. L’aria è gelida, tagliente; l’umidità ti bagna i vestiti. Non ho ancora capito come usare la nuova pompa della bici, e le camere d’aria sono al collasso, appiattite sotto una bustona di spesa e 54 kg di carne. Mancano pochi metri a casa, e taglio dai parcheggi, così mi sgravo per lo meno del carico d’ansia che la strada e le auto mi portano. È lì che guardo avanti, e vedo il cielo. E non per capire se c’è luce, se pioverà, o se sta passando un aereo. Vedo il cielo e basta, vedo il cielo per quello che è; e per quanto grigio, per quanto squallido, e triste, e vuoto; mi sento rassicurata, mi sento tranquilla, mi sento al mondo. Allora chiudo gli occhi e inspiro il ricordo di una vita fa. Di me che salgo a casa con i doposci, la tuta in vinile e un secchiello di neve. Mia mamma è in cucina, non la sento ma mi sta dicendo di andare ad asciugarmi. Fa veramente freddo, le mie calze, i miei guanti e i miei capelli sono zuppi di acqua ghiacciata; ma sorrido in un fiatone emozionato di mille storie inventante e troppe altre in lista. Elena mi ha detto che bisogna lavarsi le mani con l’acqua fredda e poi pian piano passare a quella calda, per evitare i geloni; ma a me i geloni non sono mai venuti e poi fa freddo, così, dopo un espiatorio secondo di acqua fredda – che non sento nemmeno, tanto sono intirizzite – lascio sciogliere il mio cuore in un brivido di acqua bollente, e sento il calore che scende giù per la spina dorsale, rilassando ogni piccolo muscolo della schiena.
Mia mamma sta preparando la cioccolata calda, ma non come nelle pubblicità, in un’aura di benessere prestabilito; la sta preparando con l’ansia, con la preoccupazione di chi si domanda quanto e come ogni suo piccolo gesto influirà sugli altri. Si chiede se fa bene a mandarmi a giocare nella neve con i cani, si chiede se mi sono asciugata bene i capelli che anche mia zia da piccola non si asciugava i capelli e poi ora già che è ancora giovane le fanno male le ossa, si chiede se la cioccolata è venuta bene, se è abbastanza densa, se ne voglio dell’altra, se i miei fratelli quando tornano a casa la vogliono anche loro, se ce n’è abbastanza, e se le nonne non scivoleranno, con tutta questa neve. Io sono concentrata sulle mie storie, sulla neve, sui cani, sulla cioccolata. Mi accoccolo contro il caminetto e avvolgo la tazza calda tra le mani. Accendo la tv e mi perdo nella commistione di mille mondi e per ogni mondo di mille visioni.
Riapro gli occhi una frazione di secondo dopo. Poggio la bici, strattono fuori a stento la spesa dal portapacchi. Cazzo quanto pesa. Con un piede puntello la bici contro il pilastro. Poi la chiudo in garage e arranco fino all’ascensore sotto il peso di chili di verdura biologica e ansia. A casa non c’è nessuno, il portone è serrato. Il silenzio mi riempie di quel vuoto ormai troppo scontato, che è ormai troppa parte di me. Credo di essere felice perché sola in casa, credo di dovermi sbrigare a mettere a posto la spesa in frigo prima che mia cugina torni con la sua. Credo di dover studiare, credo di voler cucinare, non credo di avere ancora fame ma credo che tra un po’ la fame stessa non mi darà il tempo, di cucinare.
Affetto i funghi sul tagliere. Soffriggo l’aglio, rosolo i funghi col timo. Mi riempio i polmoni di ricordi. Credo di essere ancora viva, ma non ne ho l’assoluta certezza. Accendo la tv e mi alieno dalla mia paranoia per vivere nell’univocità della visione parziale di un singolo mondo, altrui, che non mi tange.

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20
Ago
2013

Lettera d’amor proprio

È forse la luce accesa. O il pc fisso spostato nella sala. Alla vista di tutti.
È forse quella camera, tua di diritto più che di fatto.
E che cosa sei tu?, un diritto che non fai valere. Lasci quella camera nascosta sotto un velo di polvere e distrazione finta; museo in tua memoria, in memoria della tua memoria. Quando te ne sei andata hai regalato tutto quello che non meritavi, spedito ad amici lontani in pacchi di scarpe da skate. Ma quei mobili, quei ripiani, quei cassetti, erano il tuo specchio; ed ora che sono solo un vecchio ritratto in cui non ti riconosci, preferisci non guardarlo, preferisci non vedere la vita che è colata via dalla tua persona, i colori che, incrostandosi su quelle mensole, ti hanno sbiadita.
È forse tutto questo che, paradossalmente, mi fa pensare a te. Il motivo per cui ti cerco, o meglio, il motivo per cui mi dico che forse dovremmo risentirci.
Ma non ti trovo, perché sola con me stessa non sono mai. Perché non voglio, o perché non posso. O perché ho paura di te, paura di quello che ancora potresti spingermi a fare, tu che hai più senso di qualunque significato, tu che col tuo tormento mi dai la vita, la sensazione di vivere, di essere presente, e coinvolta. Ti ho ammazzata, forse, con una cura per salvarmi da me stessa. Ma è altrettanto probabile che io stia meglio senza te, come meglio sono stata senza molti da cui credevo di dover dipendere. A un certo punto stacchi la spina e la attacchi in un’altra presa: più comodo e più sensato di una prolunga. E finisce così – con un bisogno creato dalla soddisfazione di un altro bisogno, che trova sollievo semplicemente nell’insoddisfazione. La ricerca non delude, al massimo disillude.
Ma io non ti sto cercando, io mi sto solamente ricordando di te, mi sto solamente chiedendo se dovrei guardarmi indietro, se dovrei inscatolare o portare con me il piccolo mausoleo della mia tragedia personale. Questa è la mia piramide. Questa è la mia tomba. Mi sono soltanto lasciata indietro.
La TV si accende alla mie spalle. I miei parlano tra loro e con me. Vorrei non esserci. Vorrei riuscire a stare da sola con te. Vorrei rivedere i tuoi occhi, ma ho paura. Ho paura di non vedermi riflessa. Non mi appartieni più, non mi servi. Mi hai zavorrata finché dovevo restare sott’acqua, finché dovevo vivere una vita folle e nascosta al visibile e al possibile. Ora ho bisogno di stare in superficie. Coi piedi per terra.
E quindi ti lascio, vita mia passata. Vorrei ricordare con malinconia le tue tristezze e le tue battaglie, i tuoi amori e le tue ingiustizie; e i tuoi momenti di malinconia, e i tuoi tentati suicidi. Vorrei potermi sentire ancora inerme dinnanzi a passioni tanto smisurate, e inumane: eppure non ci credo, non ci credo più. Sei il buco che mi è rimasto sotto la cicatrice. Quando vorrei morire e non piango, sei tu; e quando vorrei amare e non amo, sei tu; e quando vorrei soffrire e non peno, sei ancora tu; sei tu, tu quel buco nella mia coscienza, sei tu la coscienza che non ho, e la sensibilità che ho perso; sei tu il mio pessimismo perduto e tu la mia depressione sconfitta.
Cosa resta, di noi? Solo io. O forse neanche io, forse non del tutto.
Ma non è tristezza, questa: è nostalgia, è vivere l’attimo presente per non pensare a quello prima e quello dopo. Sono felice ora. Ora sto bene, e ballo ogni notte sulla tua tomba.  Ma il mio cuore è fermo, non sento più un battito. E mi chiedevo quindi se la risposta fossi tu, nonostante ti abbia bella che seppellita. Mi sono chiesta se questo è stato il vero prezzo, e non quello della terapia: se il vero prezzo del liberarmi di te non è stato il lavoro che è occorso, ma proprio il perderti, il non poterti più avere.
Mi fa sorridere il rendermi conto che tante, troppe persone potrebbero sentirsi destinatarie di questa lettera fine a se stessa. E invece la lettera è fine a me stessa. È forse una lettera d’amore, forse solo una lettera di rimorso. Non ti ho mai accettata, ma in cuor mio ho cercato di difenderti, e giustificarti, e trattenerti con me fino all’ultimo. Fino al duello finale. Era io o tu. Era la realtà o il sogno.
E non posso far altro stasera, come ogni sera, che augurarti una buona notte, l’ennesima buonanotte, per la tua ennesima notte. E se vorrai tornare nei miei sogni, non me ne potrò dare colpa.

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18
Feb
2013

(9)

Non permetterò che il sole entri.
Non permetterò che la giornata inizi.
Tiro le coperte, pesanti, fin sulla mia testa. Buio.
Caldo.
Incrocio le braccia sul petto. Tiro su le ginocchia. Chiudo gli occhi.
Respiro.
Penso a quando ogni mio battito era fonte di meraviglia. Penso a quando i miei occhi aperti erano fonte di meraviglia. Penso a quando ogni mio movimento casuale o voluto, era percepito con stupore e comunicato al mondo. Penso a quando ogni mio centimetro era importante, ogni mia proporzione era un sollievo. Penso a quando ero solo un sacchetto di cellule e di promesse. A quando ogni istante si sperava
che io vivessi.

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17
Feb
2013

spiragli

– Non sento niente.
– Niente?
– No.
– Prova a spingere più in basso.
Niente?
– No.

La ragazza dai capelli rossi guardava indifferente una foto che aveva in mano. Con l’altra mano teneva sollevata a stento la cornetta di un telefono di fine anni ’90, di quelli squadrati con i tasti per i numeri e il filo a ricciolo. Era seduta su un letto verde acido, col cuscino azzurro ancora scoperto, e le lenzuola sistemate alla ben e meglio. Sul comodino e i muri intorno, un discreto numero di oggetti di cui non le importava più. Una sveglia di pelouche maculata e orecchiuta ticchettava sterile. Il lettore multimediale del pc era in play, ma le casse erano spente. Una linea elettrica monitorava l’andamento di una canzone rispettosamente muta.
La ragazza dai capelli rossi era scocciata. La sua voce era spenta. Una gamba dondolava avanti e indietro, l’altra era incrociata sotto il sedere. Le sue calze erano nere, rigate di tanto in tanto da un bordeaux sbiadito. Cominciò a sventolare la foto, guardandole attraverso. Dall’altro capo del telefono qualcuno faceva delle domande, qualcuno autoritario, qualcuno professionalmente indifferente e responsabilmente preoccupato. Lei si toglieva questo dente, rispondendo a monosillabi. Ultimamente leggeva molto. Non aveva grande fantasia nel creare una sua vita, così ne leggeva delle altre. Leggeva di posti e di modi di essere. Leggeva di sentimenti e coincidenze, spesso improbabili, spesso banali. Non cercava il riscontro nella quotidianità, non era quel tipo di idiota. Non stava fuggendo da niente. “È che non ho voglia”, aveva provato a spiegare all’inizio. Ma a poco era servito. D’altronde, vivere a carico di qualcun altro non può essere davvero gratis. E allora si toglieva questo dente.
Guardava anche i cortometraggi in bianco e nero sulla Rai, alle quattro del mattino. “Cosa ti svegli a fare alle 4 del mattino, se non fai un cazzo tutto il giorno?”, sbottava sua madre, quando se ne accorgeva. “Cosa mi sveglio a fare, se non faccio un cazzo tutto il giorno?”.
Era una ragazza sveglia. Dopo un quarto d’ora chiuse il telefono con spossata gentilezza. Mise giù il ricevitore come se pesasse cento chili. Si sdraiò a pancia in su. Pensò: “Non sento niente”. “Prova più in basso”, si disse. Pensò: “Non sento niente”.
Lanciò uno sguardo al libro aperto ai piedi del letto. Non corrisposto. Andò in bagno a spazzolarsi i capelli. Si fissò negli occhi per sei minuti circa. Tornò in camera e accese le casse, volume medio, accettabile. Bassi medi, accettabili. Tornò in bagno, si piegò sul water e vomitò. Tirò lo scarico e si lavò i denti. Si fissò negli occhi per circa quattro minuti. Per fortuna aveva il bagno in camera. Certi eventi fisiologici sono imprevedibili.
Andò verso il letto, prese la foto. Nella cornice bianca c’era una ragazza, una ragazza coi capelli rossi. La guardò negli occhi per un minuto e mezzo, circa. Girò la foto: “Ricordami.”, scrisse. Aprì il cassetto sotto la scrivania, tirò fuori il suo diario, lo aprì e cercò l’ultima pagina; poi afferrò un pennarello viola e scrisse la data in alto a sinistra.
Infilò la foto tra quelle pagine, mise a posto il diario e richiuse il cassetto.

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04
Set
2012

Nella penombra.

Le sembrò quasi di sentire uno scricchiolio di costole incrinate. Il suo petto non si sollevava più; anzi, sprofondava nel materasso. Quel poco d’aria che svincolava nello stomaco non bastava a svegliarle il cervello. Così rimaneva lì. Stesa. Braccia aperte come se fosse appena caduta dal soffitto. E quella cosa accovacciata sullo sterno. Una cosetta piccola, dal peso di mille mattoni, e dagli occhi gelidamente vuoti. Quella cosa neanche respirava. Forse non l’aveva neppure notato, che la stava soffocando.
Questa storia andava avanti da un mese a questa parte. Marta non aveva mai avuto paura del buio, prima di allora. E allora il buio si era ribellato. E dal buio era nata quella cosa. Quel peso. Quell’asfissia che puntualmente, alla fine del sogno, le si acquattava addosso. Non arrivava all’improvviso. Non saltava, né si arrampicava. Era piuttosto come se si materializzasse. Intanto che il sogno finiva, il fiato le si faceva sempre più corto, il torace sempre più male. Si sentiva sempre più pesante. Come schiacciata sotto una pressa, lenta, insindacabile. E poi c’era quell’istante. Quell’istante in cui tutto il tempo si fermava. Il peso era insostenibile, ma fisso, e il respiro era faticoso, ma indolore. Ciò che davvero le faceva esplodere il cuore in petto, quello che realmente la faceva impazzire, era quella sensazione, quello sguardo fisso su di lei che le attraversava le palpebre chiuse e la braccava fino a stanarla nel vicolo cieco della fine di un sogno.
Non contava molto cosa avesse sognato, cos’avesse guardato o pensato la sera prima. Il punto era questo: qualunque sogno fosse, stava finendo. E cosa c’è dopo la fine di un sogno? La realtà. Ma se ti strappano la realtà? Se la realtà, mentre tu la ignoravi, è cambiata? Se la realtà ti sta sognando mentre tu ti svegli, cos’è che succede?
Questo era quello che succedeva a lei: un macigno vivo di buio pesante, con due occhi grandi quanto la palla di un lampione, la osservava. La cercava. La trovava. E la inchiodava spalle al sogno. Spalle al niente.
E il corpo di Marta, ancora respirava. Come qualsiasi corpo, abitudinario, esigente, si sforzava di respirare lo stesso. Di sopravvivere ancora un po’.
Poi,  l’istante passava. E il peso spariva all’improvviso. Ma senza scatti, senza rumore, e senza risvegli cardiopalmatici nel cuore della notte. Semplicemente, il buio andava via. Il buio pauroso, almeno. Restava un’alba tiepida, di quando il sole ancora è lontano e il cielo comincia a ingrigire; di quando gli oggetti ricompaiono a spigoli e linee, e cercano silenziosamente i loro spazi e la loro sostanza nella penombra.

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16
Mag
2012

né prima né dopo del buio

Calma. Calma. Mantieni uno stato di calma.

Poi sfora. Si divincola. Sguizza e squarta come uno squalo. La realtà è il suo banco di sarde.

L’unica possibilità è cancellare tutto, prima che lo distrugga. Chiudo gli occhi. Quale realtà? Non c’è stata nessuna realtà, mai, né prima né dopo del buio. È un attimo. Un solo secondo di perplessità, uno solo; lo squalo si arresta sconvolto: ma si è fermato un secondo di troppo, è morto, affogato da un’acqua traditrice, o forse dal nulla. Il risultato è lo stesso : niente più sardine per lui.

Ho paura a riaprire gli occhi.

Non so se perché temo abbia fatto grossi danni, o perché sospetto che non ne abbia provocati affatto.

Sento una porta che si chiude. È lei. È tornata.

L’angoscia. Sempre nel posto sbagliato al momento giusto, non un secondo prima né uno dopo. Nessuna squama la sventra. Lei agita il mare, e gli squali, e i banchi di sarde. Non ride né soffre, come un pianista che suona.

Forse nemmeno se ne accorge.

È la mia eterna gravidanza, me la porto nel mio marsupio di paranoie, tra le pieghe della corteccia del cervello.

Ogni passo mi pesa di più sullo stomaco, ogni ora mi abbassa di più la testa e mi corrode i nervi.

Non finirà mai.

Non ho trovato la calma. E in più c’è lei, dietro quella porta. E una realtà postapocalittica perfettamente (o quasi) conservata.

Momento peggiore per riaprire gli occhi.

E per questa ragione squilla il telefono. È la realtà che mi sta chiamando. Inutile non rispondere: ci sono già di nuovo dentro.

Rispondo e non mi dice niente di nuovo. Ho aperto gli occhi e il certo è tornato a confortarmi, sotto forma di apparenza e non di apparizione. Nulla si rivela, tutto c’è e giace. Nulla in questa stanza è entrato senza chiedermi il permesso.

Tranne lei.

L’angoscia. L’angoscia è reale, ma è sensazione e non sostanza, usa l’apparenza per l’apparizione, e mi sconvolge i piani. Architettonici, spaziali, temporali, eccetera. I piani. Non è mai stato nelle mie intenzioni filosofare o stupire con sagaci accostamenti di lettere e concetti. È, questo, solo il mio modo per sottintendere connessioni che ogni giorno pontifico e distruggo. Mille connessioni che poco o nulla c’entrano con il vissuto, così che buona parte della giornata sia vissuta nell’elaborazione della giornata, la quale giornata pure non mi abbandona e mi cinge e resta intorno finchè non muore, finchè l’orizzonte non la risucchia e non la ingoia, prima di risputarmene fuori ancora un’altra. Non la disprezzo, ma a volte sì, a volte l’ammiro, ma non sempre; molto spesso ne approfitto per scaricare sul suo vuoto spaziale e temporale il mio vuoto dell’essere, accusare i secondi che passano o che non passano, le azioni con cui la riempio o non la riempio o forse dovrei, e i doveri e le imposizioni che di certo non vengono da lei ma solo da questa mia ragnatela di connessioni, di pensieri che qualche metafora non vi spiegherà di certo ma di sicuro ve li rappresenterà in graziosa piccola scala, così come il passerotto è ciò che resta di un T-Rex.

 

E poi c’è Lei.

Lei non scrive per scrivere bene, ma si sforza di scrivere bene per scrivere, e questo le tronca tutte le vie di comunicazione. Persa in una rete di fili che non portano da nessuna parte, teleferiche che girano intorno al mondo e ritornano a lei. Lei non usa il linguaggio per comunicare ma per esprimere, lei non disegna per raffigurare ma solo per liberarsi di forme e concetti che nulla hanno a che vedere con le forme e i concetti del disegno, ma che a ben vedere trovano loro punti di fuga nelle vaghe aritmetiche infinitesime correlazioni tra spessore delle mine, qualità del foglio, forma, cultura, colore. Spesso musica.

Non ho mai capito se lei sia reale, e se lo è mai stato non so neppure se sia ancora viva, sebbene mi ostini a pensare che è, lì, da qualche parte, e che questo mio pensiero probabilmente sia all’oggi l’unica sua forma di vita.

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04
Feb
2012

replica plating

“Adesso lo vedranno, se è sfiga o se sono io che mi ci fisso.” Come ultimo pensiero, davvero, non era un granchè. Fatto poi da un riflesso spiaccicato sull’asfalto, non stava neanche in un bello spettacolo. Non che sia stata una cattiva persona, per intenderci, lei all’inizio neanche ci pisciava nelle docce delle palestre, e se restavano le briciole nel sacchetto del pane le metteva sul balcone per gli uccellini, e quando un bambino la guardava lei gli faceva le smorfie allegre se c’aveva voglia. È che negli ultimi tempi era sceso un certo feddo particolare, con un certo vento particolare, e i confini delle cose lei li trovava un pò cambiati, quasi come che li spostasse il vento, come le dune nel deserto. Per carità, non era di quelli che leggono i poeti maledetti e poi vanno in giro con gli occhi scuri e la sciarpa a mezza faccia. Leggere non è che le piacesse tanto, a dire la verità. O forse era che non c’aveva tempo. O forse era che non c’aveva voglia. Nemmeno le interessava. Come i bambini, i passerotti e le docce della palestra. Non le interessava manco la palestra, per dirla tutta. Non era tra quelli che si scrollavano i problemi di dosso con una spugnata di cordoglio, ma nemmeno tra quelli che con ‘sti meno sei gradi centigradi stanno in piazza in una tenda a dire che l’ingiustizia è ingiusta. Lei lo spirito polemico non ce l’aveva nè per farle le cose, nè per contestarle, ma non che non ci tenesse, o che non ci pensasse; è che di base, lei quando camminava camminava e basta, andava da A a B e spesso se non c’era una direzione obbligatoria per C non ci passava nemmeno col pensiero. Ma questo non faceva di lei una persona cattiva, e a guardare bene forse non faceva di lei nemmeno una persona. Alla fine tutto quello che voleva era un clichè da favola moderna, uno stock di sentimenti chiari e imbalsamati da rotocalco o da soap opera; quelle cose che si dicono nelle canzoni che ascoltano tutti, per intenderci. La sua vita la voleva straordinaria come tante, ed era anche un pò sollevata quando nei forum trovava persone con la sua stessa età e le sue stesse pochezze.
Aveva i capelli ricci ma se li stirava. Erano dei ricci belli però. Vabbè che ora con la piastra li aveva anche sciupati.
Quindi insomma, non è che sia stata questa grande perdita.

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08
Nov
2011

terapia del sonno -lato A-

Occhi sbarrati nel buio. All’improvviso.
Cristo santo, fa’ che sia mattina.
Sara cerca la sveglia. La avvicina al viso. La fissa finché non si abitua all’oscurità. Mette a fuoco le lancette. Novanta gradi netti.
Cristo santo!
Sono le tre di mattina. Sara ha due possibilità. La prima è tornare a dormire.
Alle tre e un quarto sale l’odore di caffè dalla cucina. Sara si riscalda le mani vicino ai fornelli. Gli occhi rossi e le labbra bordeaux. Ascolta la vecchia caffettiera tossire, sputacchiando spruzzi di caffè bruciacchiato tutt’intorno. Le macchia il pigiama di mille gocce color marcio. Colori dell’autunno.
Fuori fa freddo.
Magari poi torno a dormire.
La mattina il mondo è troppo stanco per accoglierti. Il sole non si alza alle tre solo perchè ti sei alzato tu. Il sole non ti ama, non ti ha sposato.
Il sole non ti preparerà mai il caffè.
Cos’è il caffè? Un misero gesto d’amore. Quando l’amore manca, il caffè è una droga mentale. Imbottirti di caffè non ti renderà amato.
Ma è sempre qualcosa.
Un surrogato d’amore. E cos’è l’orzo?
Tanto è quasi l’alba.
Sara lo chiama “metodo di scomposizione del tempo”. Consiste nel suddividere i periodi di attesa in intervalli più piccoli, considerando i mesi come periodi, i giorni intrasettimanali come “quasi weekend”, e suddividendo le giornate in fasce orarie e le ore in gruppi di minuti. Contrariamente ad Achille, la tartaruga ora corre che pare una scheggia.
Il segreto sta nello scordare il tempo che passa.
È ancora scuro, fuori. Ma se ieri è finito, finirà anche quest’oggi.
Sara sta in piedi davanti al balcone, nella mano una tazzina fumante e in bocca un sapore aspro. Guarda fuori ma fuori non c’è niente. Guarda se stessa e si accorge che il mondo che non c’è fuori, è tutto sulle sue spalle. Sara non si sente più le forze nelle gambe, e va a sedersi.
Nessuno porta il cane a pisciare, alle 3 e mezza.
Se ieri è finito, oggi non è ancora iniziato. Il paradosso delle tre e mezza è che è troppo tardi per andare a dormire, e troppo presto per svegliarsi; così Sara si fa tenere compagnia da piccoli omini in HD che fanno e dicono cose di minimo interesse. Sara si concentra sui gesti. E poi sulla musica. E poi sullo sfondo. E il mondo le sembra troppo grande per stare in quella scatola. Vede che non ce n’è che uno spicchio.
L’unica falce di Terra visibile da qui.
E anche intorno, non ce n’è che uno spicchio.
Eppure c’è posto per tanti, qui. Ci sono così tante sedie.
Ma non c’è posto per nessuno, in realtà, in quella stanza. Tanta gente che le mancava se l’è scordata. Perchè vuoi o non vuoi le cose vanno avanti e se vai avanti guardando indietro, prima o poi sbatti. E Sara c’ha già il naso storto.
La tv ha un palinsesto per tutta la giornata, per tutto il mese, e, probabilmente, per tutta la durata dell’Homo sapiens.
Sara anche ce l’ha. E forse questo vuoto è solo ribellione a quello che già c’è, prima ancora di arrivare. Forse questo silenzio è solo il compendio di tutto quello che le diranno senza che sia domandato. Forse questo buio è solo il contrappeso dei mille dettagli che non sono lì per lei, che non le interessano, che le sfuggiranno.
O forse è solo sonno.
Io penso per scompenso di realtà.
Sara ride dentro. Fuori le sfugge un ghigno nervoso. Lo stomaco stretto e le gambe che si scontrano ritmicamente scandendo i secondi. Le cinque non sono ancora l’alba, ma ci vanno vicino. Fa notte presto ora. Il giorno dura meno. Sara ne è sollevata. Anche se non dorme per più di due ore. Ma una volta che è l’alba, è quasi mattina: e la mattina, tra una cosa e l’altra, passa; poi il pomeriggio, dopo pranzo e i cartoni in tv, va via che non te ne accorgi nemmeno; arriva la sera, se ceni alle 7 praticamente la giornata è già chiusa, fuori è buio da un pezzo; due ore di polizieschi da macellaio e poi computer, o chi lo sa, magari un libro, qualcosa di costruttivo. Poi il sonno che non arriva, poi di nuovo divano, e tv; di nuovo sola nel salotto, come al risveglio, di nuovo buio, come al risveglio; e per cercare di non pensare Sara accende la tv, e sul divano si addormenta: lì si addormenta sì; pensa sia perchè non si sente obbligata a dormire. Ma una volta a letto, poi, si sente obbligata a svegliarsi. Perchè è normale svegliarsi nel letto.
E ad ogni risveglio sbarra gli occhi nel buio. Prega che sia mattina. Ma mattina non è mai. Ma prima o poi arriva. E allora tanto vale aspettarla alzati. Piuttosto che sbarrare gli occhi sulle tre, sulle tre e mezza, sulle quattro, sulle cinque meno un quarto, fino alla nausea.
Sono passati solo dieci minuti, è passata solo mezz’ora, ancora solo un quarto d’ora. Tanto vale svegliarsi e ignorare gli orologi.
Il metodo di scomposizione del tempo in fondo ha sempre funzionato, 25 anni sono passati tanto in fretta che Sara neanche se n’è accorta.


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