18
Mar
2013

Il sottoscritto

Quello che mi fate rimpiangere,
il non avere fatto da me.
Mi fate rimpiangere di non aver mai lanciato una bottiglia, il mio educato contegno,
quello che mi fate rimpiangere è di non essere stato mai il primo a cadere.
Un metodo criminale sa trascinare nel fango,
ebbene,
quello che mi fate rimpiangere è di avervi seguito
quando invece avrei dovuto andare.
È sempre e soltanto la solita parte
quella che alimento
l’uomo garbato e il suo buonsenso.
La mia ingenuità è la stessa di chi alza un estintore,
respira ancora dopo essere caduto da nove metri
si difende dallo stato che anche sul traliccio elettrico
vuole venirgli a raccontare la sua democratica soluzione,
una mattanza di scimmie che, ridono, corrono, scorrono, cibandosi e intanto
stuprandosi i nostri concetti etici.

Schernisce il mio amore chi non sa che fare.

Io intanto
in questo mondo limitato,  ho inseguito un sogno
quando ho incontrato l’autorità competente.
Non credo di piacerle.
Però ch’é buffo,
a vederlo ha l’aspetto di un un goffo e pigro persiano,
il potere,
che ci guarda e si lecca i baffi,
così penso
perché non invadiamo l’Aventino?
Una volta occupato non sapremo che farci,
ma almeno avremo qualcosa da raccontare finalmente anche noi
a tutti quei pezzenti che ci chiedono spicci per strada,

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18
Feb
2013

(9)

Non permetterò che il sole entri.
Non permetterò che la giornata inizi.
Tiro le coperte, pesanti, fin sulla mia testa. Buio.
Caldo.
Incrocio le braccia sul petto. Tiro su le ginocchia. Chiudo gli occhi.
Respiro.
Penso a quando ogni mio battito era fonte di meraviglia. Penso a quando i miei occhi aperti erano fonte di meraviglia. Penso a quando ogni mio movimento casuale o voluto, era percepito con stupore e comunicato al mondo. Penso a quando ogni mio centimetro era importante, ogni mia proporzione era un sollievo. Penso a quando ero solo un sacchetto di cellule e di promesse. A quando ogni istante si sperava
che io vivessi.

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17
Feb
2013

spiragli

– Non sento niente.
– Niente?
– No.
– Prova a spingere più in basso.
Niente?
– No.

La ragazza dai capelli rossi guardava indifferente una foto che aveva in mano. Con l’altra mano teneva sollevata a stento la cornetta di un telefono di fine anni ’90, di quelli squadrati con i tasti per i numeri e il filo a ricciolo. Era seduta su un letto verde acido, col cuscino azzurro ancora scoperto, e le lenzuola sistemate alla ben e meglio. Sul comodino e i muri intorno, un discreto numero di oggetti di cui non le importava più. Una sveglia di pelouche maculata e orecchiuta ticchettava sterile. Il lettore multimediale del pc era in play, ma le casse erano spente. Una linea elettrica monitorava l’andamento di una canzone rispettosamente muta.
La ragazza dai capelli rossi era scocciata. La sua voce era spenta. Una gamba dondolava avanti e indietro, l’altra era incrociata sotto il sedere. Le sue calze erano nere, rigate di tanto in tanto da un bordeaux sbiadito. Cominciò a sventolare la foto, guardandole attraverso. Dall’altro capo del telefono qualcuno faceva delle domande, qualcuno autoritario, qualcuno professionalmente indifferente e responsabilmente preoccupato. Lei si toglieva questo dente, rispondendo a monosillabi. Ultimamente leggeva molto. Non aveva grande fantasia nel creare una sua vita, così ne leggeva delle altre. Leggeva di posti e di modi di essere. Leggeva di sentimenti e coincidenze, spesso improbabili, spesso banali. Non cercava il riscontro nella quotidianità, non era quel tipo di idiota. Non stava fuggendo da niente. “È che non ho voglia”, aveva provato a spiegare all’inizio. Ma a poco era servito. D’altronde, vivere a carico di qualcun altro non può essere davvero gratis. E allora si toglieva questo dente.
Guardava anche i cortometraggi in bianco e nero sulla Rai, alle quattro del mattino. “Cosa ti svegli a fare alle 4 del mattino, se non fai un cazzo tutto il giorno?”, sbottava sua madre, quando se ne accorgeva. “Cosa mi sveglio a fare, se non faccio un cazzo tutto il giorno?”.
Era una ragazza sveglia. Dopo un quarto d’ora chiuse il telefono con spossata gentilezza. Mise giù il ricevitore come se pesasse cento chili. Si sdraiò a pancia in su. Pensò: “Non sento niente”. “Prova più in basso”, si disse. Pensò: “Non sento niente”.
Lanciò uno sguardo al libro aperto ai piedi del letto. Non corrisposto. Andò in bagno a spazzolarsi i capelli. Si fissò negli occhi per sei minuti circa. Tornò in camera e accese le casse, volume medio, accettabile. Bassi medi, accettabili. Tornò in bagno, si piegò sul water e vomitò. Tirò lo scarico e si lavò i denti. Si fissò negli occhi per circa quattro minuti. Per fortuna aveva il bagno in camera. Certi eventi fisiologici sono imprevedibili.
Andò verso il letto, prese la foto. Nella cornice bianca c’era una ragazza, una ragazza coi capelli rossi. La guardò negli occhi per un minuto e mezzo, circa. Girò la foto: “Ricordami.”, scrisse. Aprì il cassetto sotto la scrivania, tirò fuori il suo diario, lo aprì e cercò l’ultima pagina; poi afferrò un pennarello viola e scrisse la data in alto a sinistra.
Infilò la foto tra quelle pagine, mise a posto il diario e richiuse il cassetto.

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04
Gen
2013

A Te che vai nel Mondo: Delle origini della mia energia

Per chi sono le mie parole…
per loro sono: gli spiriti liberi,
a loro arriveranno come un atto d’amore.
Sapranno sentirle, dosarle,
ascoltarle, poi utilizzarle e ricorrervi
come un rifugio, un riparo,
quando verrà il freddo della solitudine,
il vuoto,
quell’assenza che chi solo sa conosce.
Ad essi la mia speranza, ad essi la mia solidità;
continuate!!!
Andate, avanti, sempre, anche nel digiuno, anche nell’amaro,
anche nella vostra sola compagnia
sulla via che avete scelto,
intrapreso,
con amore.
Le mie parole:
per chi non ha padroni e per padrone intendo
neanche sé stesso,
così da non detestare la sua sola compagnia.
Per chi trova il piacere di ravvivare una fiamma,
sostare…
e lasciarsi scaldare.
Ad essi do il mio cuore
perché mi nutrono,
così li lascio nutrire
e nutrirsi di me.

*
Ora andate…
O farete tardi!

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17
Nov
2012

Saturnismo.

Del tuo nome non resterá ricordo. Delle tue debolezze, del tuo modo di ridere, del rumore che fai quando scendi le scale, non ci sará memoria. Non sapranno neanche dire se eri alto o basso, parleranno di te come se fossi emigrato in America e non avessero tue notizie da decenni. Cambieranno il colore della tua casa, la disposizione dei mobili, non penseranno a cosa avresti voluto. Non piangeranno, vedranno ogni tua traccia affievolirsi e celebreranno il tempo che passa. Vivranno con cuori di piombo, li riempiranno di vino aspettando che nascano fiori. Non avranno memoria dei vinti, sapranno che la violenza é stata necessaria. Saranno la razza nuova, li vedremo maestosi sopra di noi e verseremo le utlime lacrime, poi il Sole si spegnerá e scopriremo cosa vuol dire estinguersi.

 

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13
Ott
2012

Zona Manifattura e Tabacchi

A coprirle i capelli un fazzoletto chiaro, un abito lungo seguiva senza mostrarne il corpo. Scendeva delicato, come il Reno su Bologna, a vestire il suo quartiere: Lame. Viveva del Savena il fossato, deviato a San Ruffillo dalla chiusa. Riesco a contare centodiciannove mulini mossi dalle sue acque. Ancora, l’immagine di questa donna che torna, due operai l’aspettano all’uscita della fabbrica, le buttano acqua ai piedi. La carmencita petroniana tira su di quattro dita il suo abito. Mostra così le caviglie: ride… dei due ingenui ché arrossiscono nel guardarle. Ride di noi la storia , questo raccontare finalizzato, organico, dove tutto si intreccia e ruota attorno a grandi nomi, figure simbolo di un epoca… simboli del potere, il quale si racconta, così ordinato, così legittimo. Estetico. Si giustifica, si incorona riducendo la stessa storia ad un concatenarsi di guerre ed omicidi, un rapporto tra cause ed effetti, interrotta da qualche breve parentesi di scienza e di ragionevole, educata, innovazione. Umano, troppo umano. Quasi deludente. Memoria del passato, memoria del presente, di luoghi, associazioni, immagini e sensazioni come ingressi sporadici al sentiero del ricordo non vissuto. Collettivo. Memoria di vita, di strade, di case, quando ancora il via vai dei lavoratori tranquillizzava il passante. La strada, viva, era sicura. Diranno di aver coperto i canali perché non servivano più. Al loro posto mostre fotografiche, quadretti, disegnini che ricordano quanto erano graziosi quei rivoli sdraiati tra le vie della città. Sotterrati come cadaveri. La Manifattura poi spostata su via Ferrarese, nella Bolognina, oggigiorno chiusa, ospita figli di nessuno, gente dimenticata da tutti tranne che dal freddo. Scavalca i luoghi dell’abbandono la miseria, e lì si sdraia, cercando riparo, riposo, nella notte. Trovo ironico come i suoi muri siano soliti diventare simbolo degli ultimi d’ogni epoca. Scorro qualche titolo di vecchie testate giornalistiche, ci vedo, al di là dei titoli, l’attaccamento al lavoro d’una classe operaia unita nello sciopero, che andava traducendosi in un attaccamento al territorio, nell’esigenza di una sua tutela. Lavoratori come nomadi durante gli sgomberi dei gendarmi. Ora in Via Riva Reno del Mulino resta una cineteca, il Lumiere, mentre del forno del pane un museo, il Mambo. L’hanno chiamata la Manifattura Delle Arti, una bella cosa, ma …in Via Ferrarese, quando arriva l’Estate, dai palazzi di Via Otello Bonvicini è possibile guardare dentro e oltre il muro di cinta della nuova ex tabaccheria in disuso, e vederle vivere queste persone, fatte di carne ed ossa, un miscuglio di etnie accomunate tutte dalla povertà. La storia delle grandi guerre si dimentica di loro. Li sento urlare, ridere, a volte gridare nel gioco. Si svegliano sul tetto di catrame della fabbrica, illuminati dal sole, sdraiati alla brezza della sera, dormono lì. Spesso mi fermo ad osservarli. Così la vedo, questa ex tabaccheria vivere di loro, silenziosa, nei suoi intonaci, scettica nei suoi binari, in disuso, interrotti. Ferma. Misura il tempo e questo nostro scorrere insieme.

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11
Set
2012

Alla notte

Alla notte
Tetto d’un fienile e come paglia  sparsa a terra noi
colpa
il movimento non pensato
né cercato

Fuoco dentro
grattando il fondo dell’essenza sciogliersi
in questo nostro divenire oltre la soglia del taciuto insieme
vicini
nel mentre della nostra fiera esistenza

Vivere
teatrino quotidiano di mercanti e di parole
un ricordare vago
impreciso
essi

dimenticheranno

che sei venuta a ricordarmi il sottostante
il ciò che era al di là del cosa è stato

soltanto bruciando
e nuovamente atterriti
daremo colpa alla notte


sperando
in questa notte


poi nell’alba

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04
Set
2012

Nella penombra.

Le sembrò quasi di sentire uno scricchiolio di costole incrinate. Il suo petto non si sollevava più; anzi, sprofondava nel materasso. Quel poco d’aria che svincolava nello stomaco non bastava a svegliarle il cervello. Così rimaneva lì. Stesa. Braccia aperte come se fosse appena caduta dal soffitto. E quella cosa accovacciata sullo sterno. Una cosetta piccola, dal peso di mille mattoni, e dagli occhi gelidamente vuoti. Quella cosa neanche respirava. Forse non l’aveva neppure notato, che la stava soffocando.
Questa storia andava avanti da un mese a questa parte. Marta non aveva mai avuto paura del buio, prima di allora. E allora il buio si era ribellato. E dal buio era nata quella cosa. Quel peso. Quell’asfissia che puntualmente, alla fine del sogno, le si acquattava addosso. Non arrivava all’improvviso. Non saltava, né si arrampicava. Era piuttosto come se si materializzasse. Intanto che il sogno finiva, il fiato le si faceva sempre più corto, il torace sempre più male. Si sentiva sempre più pesante. Come schiacciata sotto una pressa, lenta, insindacabile. E poi c’era quell’istante. Quell’istante in cui tutto il tempo si fermava. Il peso era insostenibile, ma fisso, e il respiro era faticoso, ma indolore. Ciò che davvero le faceva esplodere il cuore in petto, quello che realmente la faceva impazzire, era quella sensazione, quello sguardo fisso su di lei che le attraversava le palpebre chiuse e la braccava fino a stanarla nel vicolo cieco della fine di un sogno.
Non contava molto cosa avesse sognato, cos’avesse guardato o pensato la sera prima. Il punto era questo: qualunque sogno fosse, stava finendo. E cosa c’è dopo la fine di un sogno? La realtà. Ma se ti strappano la realtà? Se la realtà, mentre tu la ignoravi, è cambiata? Se la realtà ti sta sognando mentre tu ti svegli, cos’è che succede?
Questo era quello che succedeva a lei: un macigno vivo di buio pesante, con due occhi grandi quanto la palla di un lampione, la osservava. La cercava. La trovava. E la inchiodava spalle al sogno. Spalle al niente.
E il corpo di Marta, ancora respirava. Come qualsiasi corpo, abitudinario, esigente, si sforzava di respirare lo stesso. Di sopravvivere ancora un po’.
Poi,  l’istante passava. E il peso spariva all’improvviso. Ma senza scatti, senza rumore, e senza risvegli cardiopalmatici nel cuore della notte. Semplicemente, il buio andava via. Il buio pauroso, almeno. Restava un’alba tiepida, di quando il sole ancora è lontano e il cielo comincia a ingrigire; di quando gli oggetti ricompaiono a spigoli e linee, e cercano silenziosamente i loro spazi e la loro sostanza nella penombra.

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06
Ago
2012

San Antonio Junio 13.

Si comincia ad avere un passato quando si torna al paese a salutare i defunti, quando c’è da restar fermi guardando il marmo e parlare alle ossa.

Nei pomeriggi assolati d’estate, quando il canto delle cicale annuncia il trascorrere delle ore, si scopre di avere una storia da raccontare per forza di cose trascorse, per forza di pensieri che si annidano sulla lingua, scivolano tra i denti e vengono fuori in sospiri.

 

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28
Lug
2012

Il Perditempo di Napoli

Barattare un libro con un titolo di viaggio,

usarlo,

ribarattarlo

per un’altro libro e questa volta perdersi

tra le righe di una strada,

in un sorriso intravisto.

Un’altra pagina, ancora un’altra,

prima che alla notte sopraggiunga il sonno.

Svegliarsi,

tornare a leggere, ripartire.

Sempre più distanti,

sempre più vicini.

Gettare l’ancora

e ancora salpare

assaporando gli odori,

nutrendosi di voci e delle loro storie,

sempre più poesia,

sempre più voglia di spendersi,

sporcarsi, trovarsi,

ritornare…a sé.

Incontrarsi davvero,

e per farlo costruire questa strada ideale

verso la quale andare

e ritornare.

E coerentemente sorridere

senza smorfie,

che nulla hai preteso da te stesso

se non il brivido del viaggio e la sua maestra

Libertà

biglietto ad ore

per un libro

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