
Eris mette la mela sul tavolo. Zeus la passa a Paride. Paride la dà ad Afrodite. Afrodite si tiene la mela e gli dà in cambio Elena. Un lavoro pulito. Solo 4 passaggi e scoppia la guerra di Troia. Sai fare di meglio?
Calma. Calma. Mantieni uno stato di calma.
Poi sfora. Si divincola. Sguizza e squarta come uno squalo. La realtà è il suo banco di sarde.
L’unica possibilità è cancellare tutto, prima che lo distrugga. Chiudo gli occhi. Quale realtà? Non c’è stata nessuna realtà, mai, né prima né dopo del buio. È un attimo. Un solo secondo di perplessità, uno solo; lo squalo si arresta sconvolto: ma si è fermato un secondo di troppo, è morto, affogato da un’acqua traditrice, o forse dal nulla. Il risultato è lo stesso : niente più sardine per lui.
Ho paura a riaprire gli occhi.
Non so se perché temo abbia fatto grossi danni, o perché sospetto che non ne abbia provocati affatto.
Sento una porta che si chiude. È lei. È tornata.
L’angoscia. Sempre nel posto sbagliato al momento giusto, non un secondo prima né uno dopo. Nessuna squama la sventra. Lei agita il mare, e gli squali, e i banchi di sarde. Non ride né soffre, come un pianista che suona.
Forse nemmeno se ne accorge.
È la mia eterna gravidanza, me la porto nel mio marsupio di paranoie, tra le pieghe della corteccia del cervello.
Ogni passo mi pesa di più sullo stomaco, ogni ora mi abbassa di più la testa e mi corrode i nervi.
Non finirà mai.
Non ho trovato la calma. E in più c’è lei, dietro quella porta. E una realtà postapocalittica perfettamente (o quasi) conservata.
Momento peggiore per riaprire gli occhi.
E per questa ragione squilla il telefono. È la realtà che mi sta chiamando. Inutile non rispondere: ci sono già di nuovo dentro.
Rispondo e non mi dice niente di nuovo. Ho aperto gli occhi e il certo è tornato a confortarmi, sotto forma di apparenza e non di apparizione. Nulla si rivela, tutto c’è e giace. Nulla in questa stanza è entrato senza chiedermi il permesso.
Tranne lei.
L’angoscia. L’angoscia è reale, ma è sensazione e non sostanza, usa l’apparenza per l’apparizione, e mi sconvolge i piani. Architettonici, spaziali, temporali, eccetera. I piani. Non è mai stato nelle mie intenzioni filosofare o stupire con sagaci accostamenti di lettere e concetti. È, questo, solo il mio modo per sottintendere connessioni che ogni giorno pontifico e distruggo. Mille connessioni che poco o nulla c’entrano con il vissuto, così che buona parte della giornata sia vissuta nell’elaborazione della giornata, la quale giornata pure non mi abbandona e mi cinge e resta intorno finchè non muore, finchè l’orizzonte non la risucchia e non la ingoia, prima di risputarmene fuori ancora un’altra. Non la disprezzo, ma a volte sì, a volte l’ammiro, ma non sempre; molto spesso ne approfitto per scaricare sul suo vuoto spaziale e temporale il mio vuoto dell’essere, accusare i secondi che passano o che non passano, le azioni con cui la riempio o non la riempio o forse dovrei, e i doveri e le imposizioni che di certo non vengono da lei ma solo da questa mia ragnatela di connessioni, di pensieri che qualche metafora non vi spiegherà di certo ma di sicuro ve li rappresenterà in graziosa piccola scala, così come il passerotto è ciò che resta di un T-Rex.
E poi c’è Lei.
Lei non scrive per scrivere bene, ma si sforza di scrivere bene per scrivere, e questo le tronca tutte le vie di comunicazione. Persa in una rete di fili che non portano da nessuna parte, teleferiche che girano intorno al mondo e ritornano a lei. Lei non usa il linguaggio per comunicare ma per esprimere, lei non disegna per raffigurare ma solo per liberarsi di forme e concetti che nulla hanno a che vedere con le forme e i concetti del disegno, ma che a ben vedere trovano loro punti di fuga nelle vaghe aritmetiche infinitesime correlazioni tra spessore delle mine, qualità del foglio, forma, cultura, colore. Spesso musica.
Non ho mai capito se lei sia reale, e se lo è mai stato non so neppure se sia ancora viva, sebbene mi ostini a pensare che è, lì, da qualche parte, e che questo mio pensiero probabilmente sia all’oggi l’unica sua forma di vita.
Non cambiate per loro.
Hanno sempre da chiedere, sempre da dire, da giustificare.
Devono sempre essere capiti, e allora cercate di capirli e
se non vi trovate, se l’errore non è il vostro, voi…
non cambiate.
Lasciateli all’Io, egotico, fine a sé stesso,
trattenuti da quelle poche, viziate, certezze
a mezzo piede dal tombino.
Non curatevi di loro, ché essi non vi curano, piuttosto…
Andate avanti, fuori da ogni genere di pretesa,
lontani da massacri di, o per, principio.
Chi ha il bisogno di ferire e chi
dell’essere ferito?
Abbandonate il rancore, isolatene il vostro, riduceteli.
Ché il giusto è giusto sempre, mentr’essi solo tra simili.
L’arte del bello è vita.
Pesate al vivere dunque e
se dovete,
cambiate,
ma non per loro!
La luna buca il cielo squarciandolo col suo bagliore bianco apertosi a Nord-Est della volta celeste.
La terra inumidisce, si bagna lentamente, in quel processo che dura ore, eterno.
Ed è su quel corposo terriccio che l’osservatore si sdraia, stende le mani dietro la nuca, respira, attento come un gatto mentre la sua preda è lì.
Raggiungerla, come trampolino usare la mente, gettandosi in quell’inumano quadro, sua arma l’immaginazione.
La Luna non lo teme, guarda il giovane uomo perdersi nel titanismo del buio, tra i lumini della notte.
È senz’altro la Terra, questo pensa l’essere dietro il vetro della sua cabina, attirato nel gravitare muove verso di lei, porta con sé la sua prima donna: entità, solitudine spartana, priva di regole, ricca d’onori, le tende la mano, contempla il tutto da un girone senza suoni, insieme a Lei
che non ha voce, non tocca, non scalda, nutre e si lascia nutrire.
Il primo osservatore non sa dell’altro, eppure è nella sua direzione che punta quell’indefinibile soffitto, enorme, non si lascia racchiudere. -la mente non lo contiene, non ha spazio per il cielo-, questo si dice il giovanotto, mentre scopre il libero, ed è l’armonia a sciogliergli il guinzaglio.
-Non potrei mai vivere, fuori dal mondo-, continua poi.
Vede solo un cielo e si crede roccia, guarda una luna e si riempie il cuore, al sole, povero ingenuo, si rende conto di non avere gli occhi per vedere, ma è un attimo, basta l’odore dell’immenso, certo è solo un cane che fiuta l’intimo di un’altra bestia, non coglie, non sa.
Sopra il cielo invece la cabina continua a muovere, la cosa là dentro è certo un uomo, solo pensa un po’ più su, costretto in due metri quadri, sua unica feritoia al mondo il vetro, corridoio da cui attinge, osserva: incidenti, traiettorie, punti di contatto, esplodono le stelle, vede luce, muovono i giganti, li rincorre al buio e a tutto quel che non capisce dà amore.
La gravità terrestre cattura la strana ferraglia, attraendola, -se torno sulla Terra sono spacciato ed io non voglio, ho fatto di tutto per lanciarmi, non voglio tornare. Finirei il mio viaggio, ritornerei a guardare il cielo steso su un prato e di questa terrificante bellezza resterebbe solo il ricordo,
ho passato una vita oltre il Cielo. Non posso tornare-
Se è vero che esiste un finale, moriranno entrambi.
Perdetevi senza fretta
Si svegliava presto al mattino. Ascoltava i propri pensieri, li formulava con tale attenzione che dimenticava di mangiare e inciampava spesso, tutto preso com’era a cavarsi fuori risposte. All’inizio qualche amico ci provava ancora a coinvolgerlo un poco. “Mario” gli dicevano “vieni al bar a bere una birra”, ma lui era bravo a tenere il silenzio. Pensava: “Mi pesano gli occhi, mi pesano sugli zigomi con la forza del pianto che non conosce tregua. Prima che fosse dolore, cos’era? Cos’era quel prato? Era forse un bosco, un unicorno, una nuvola. Ricordo ancora la forma delle cose? Ne vedo ancora il senso? Non so più da quanto tempo il mondo non mi tange. Dicevano fosse l’inverno, ma trascorsa che è`la stagione, non passa. Dicevano che parlarne mi avrebbe aiutato a non farne tragedia, ma ogni voce che ho maturato nel cuore, giunta che era alla lingua, tornava giù nel profondo, scivolava sulla saliva e restava nel gorgo del silenzio, dispersa. Allora di cosa si tratta? Cos’è questo vuoto nel petto?”
Pensava così tanto, Mario, dimenticava così tante cose, che un giorno prese a piangere e non smise mai più.
Cara C.
ti scrivo senza ormai speranze. Come stai? L’inverno ha lasciato sulle cose tracce scurissime come grumi di sangue che nessuno si spiega visto il candore della neve caduta, ho pensato a quando mi hai regalato le ultime lettere di Jacopo Ortis, a quando mi hai detto che i tuoi erano dolori di un’altra generazione e per questa ragione nessuno riusciva a capirli. Eravamo piccole, C., eravamo così piccole da non conoscere la paura della solitudine eppure anelarla ogni giorno, adesso sappiamo che gusto abbia ma non sappiamo più che farcene. Sei felice? Mi parlavi di Edipo, mi tenevi per mano, sembravamo perfette nei nostri vestiti un po’ grandi e un po’ sporchi, guardavamo le nuvole. Ti manco mai, C.? La tua voce, al tramonto, sembra chiamarmi con dolcezza, poi mi distraggo tra i rumori della città, chiudo gli occhi e tutto diventa silenzio.
“è un fatto scientifico” continuava a ripetere a se stesso “è un fatto scientifico che il mondo sia costituito da gerarchie d’importanza fondate sul possesso. La questione è nascere dalla parte dei giusti, o saper rettificare le attitudini meno condivise in tempi ragionevoli.” Inciampava di continuo in quel pensiero il Signor Moulenber, come fosse un sasso, uno di quei sassi appuntiti che circondavano la sua casa nel bosco. Quella litania era diventata la sua ossessione, era una tortura continuare a realizzare quanto fosse vera mentre il sole nasceva e moriva alle sue spalle. Per distrarsi il Signor Moulenber raccoglieva i fiori, era diventato lo zimbello del paese, ne faceva collane lunghissime e le lasciava ad essiccare dietro la porta affinchè chiunque entrasse in casa sentisse profumo di primavera. Si svegliava prestissimo per timore che qualcuno lo seguisse e s’insinuava nel bosco, dicevano tutti che fosse troppo strano, troppo diverso. Il giorno dell’eclissi di Sole il signor Moulenber camminava da solo nel bosco, sentiva bisbigli d’uomo dietro si sé, fingeva di non farci caso. Il giorno dell’eclissi di Sole si racconta s’udissero urla nel bosco, poi un colpo soltanto, sordo come il cielo, violento.
Infine il giorno si aprì, il sole tornò e del Signor Moulenber non si seppe più nulla.
“Adesso lo vedranno, se è sfiga o se sono io che mi ci fisso.” Come ultimo pensiero, davvero, non era un granchè. Fatto poi da un riflesso spiaccicato sull’asfalto, non stava neanche in un bello spettacolo. Non che sia stata una cattiva persona, per intenderci, lei all’inizio neanche ci pisciava nelle docce delle palestre, e se restavano le briciole nel sacchetto del pane le metteva sul balcone per gli uccellini, e quando un bambino la guardava lei gli faceva le smorfie allegre se c’aveva voglia. È che negli ultimi tempi era sceso un certo feddo particolare, con un certo vento particolare, e i confini delle cose lei li trovava un pò cambiati, quasi come che li spostasse il vento, come le dune nel deserto. Per carità, non era di quelli che leggono i poeti maledetti e poi vanno in giro con gli occhi scuri e la sciarpa a mezza faccia. Leggere non è che le piacesse tanto, a dire la verità. O forse era che non c’aveva tempo. O forse era che non c’aveva voglia. Nemmeno le interessava. Come i bambini, i passerotti e le docce della palestra. Non le interessava manco la palestra, per dirla tutta. Non era tra quelli che si scrollavano i problemi di dosso con una spugnata di cordoglio, ma nemmeno tra quelli che con ‘sti meno sei gradi centigradi stanno in piazza in una tenda a dire che l’ingiustizia è ingiusta. Lei lo spirito polemico non ce l’aveva nè per farle le cose, nè per contestarle, ma non che non ci tenesse, o che non ci pensasse; è che di base, lei quando camminava camminava e basta, andava da A a B e spesso se non c’era una direzione obbligatoria per C non ci passava nemmeno col pensiero. Ma questo non faceva di lei una persona cattiva, e a guardare bene forse non faceva di lei nemmeno una persona. Alla fine tutto quello che voleva era un clichè da favola moderna, uno stock di sentimenti chiari e imbalsamati da rotocalco o da soap opera; quelle cose che si dicono nelle canzoni che ascoltano tutti, per intenderci. La sua vita la voleva straordinaria come tante, ed era anche un pò sollevata quando nei forum trovava persone con la sua stessa età e le sue stesse pochezze.
Aveva i capelli ricci ma se li stirava. Erano dei ricci belli però. Vabbè che ora con la piastra li aveva anche sciupati.
Quindi insomma, non è che sia stata questa grande perdita.
Tre sorrisi per te.
Il primo,
che ti ho visto sbocciare in quel lontano Maggio,
che ho visto morire e rinascere più volte,
arrendersi, lottare,
poi ancora arrendersi ed infine
cercare le mie braccia
allontanarle ancora
e ancora….
Ancora tre sorrisi.
Il secondo distrattamente si muove
perso nella tua presenza.
La mia infanzia negata.
Timidamente riscoprivo la delicatezza
nobilitando l’anima mia prodigandola
a te.
Convergendo in te,
la solitudine perfetta…
in te,
con te,
il mio motivo.
Tre sorrisi,
l’ultimo,
prima che lo sguardo si perda
ed il labbro si pieghi,
prima d’essere tramortito dall’emozioni.
Prima di azionare quelle meccaniche
che vengono a difendermi
da quel vecchio dolore che torna
e,
questa volta,
evitarlo, vincerlo…
Ma stanco di lottare, sorrido pensando
d’aver agito sgraziatamente per amore,
ed in fine,
da uomo,
t’ho sacrificata al mio orgoglio,
proprio dimenticando la cosa più importante…
la natura dell’amore.
Al Barocco, il venerdì notte, c’è un musicista con i capelli bianchi che suona il sax. La gente lo ascolta distratta, sorseggia malibù nel vocìo del locale. Qualcuno sorride, il bancone di legno è sempre umido di cocktail, ma non ci si fa caso, la luce opaca nasconde la sporcizia e l’odore dell’alcool inebria. Se vuoi ballare, al Barocco, devi alzarti dallo sgabello con discrezione ed avvicinarti alle tante donne sole che guardano intorno con aria un po’ persa, offrire loro da bere. A volte rifiutano, accade sempre che i cuori solitari non cerchino compagnia, ma vogliano soltanto stordire i pensieri al suono del sax che culla la notte. Se sei fortunato e ti risponde un sorriso, ti basta sfiorarle la mano e accompagnarla danzando. I pensieri diventano musica il venerdì notte, al Barocco.
Ti lascio il mio cuore,
cuocilo pure quanto vuoi,
nuove lodi annunciano il mio mattino.
Luna, farai il tuo tempo,
continuerai a girare, continuerai a splendere,
continuerai a vegliar su di loro,
che si amano e
si odiano e
infine restano insieme
nel silenzio.
Ho già sentito il tuo freddo,
i tuoi spazi,
dove la luce viaggia al buio.
quante vite ho vissuto lì.
E ad ogni nome un’identità
contribuendo, così, a scacciar la mia.
Quanti inverni imbrigliato in quei rapporti,
cercando l’equilibrio in quei reticoli.
era tutto un ruotare.
Tra Corpi che si attraggono e respingono
giocando l’un l’altro.
Ecco dove t’ho perso, mia Dama,
ai dadi,
sul tavolino c’erano così tanti Soli
che per un attimo ho smarrito il senso
del mio giocare.