30
mar
2014

Dettagli

<<Ecco, adesso vorrei solo, tipo… riposare. Ho preso un po’ di sole e.. mm.. direi che… che… la giornata di per sè, voglio dire, è una domenica – cosa ci si aspetta da una domenica? – , direi che la giornata è, ecco, fatta. Nel senso che, l’ho, come dire, finita; l’ho… riempita. Manca ancora qualche ora, ma… beh, in realtà molte. Mancano ancora molte ore ma, a che cosa? E poi, è tornata l’ora solare. Ecco. Un buon pretesto. Mi ci voleva proprio, un buon pretesto.>>. E se lo gustò come un sorso d’amaro dopo un pranzo insipido.
Eppoi le palpebre s’erano fatte troppo pesanti per poterle sostenere. Non ce l’avrebbe fatta – non con quella stanchezza in corpo, no. Il suo corpaccione goffo intanto si affossava nel divano, e la pelle spessa della sua faccia si afflosciava sulle rughe.
In un attimo, cedette, e andò a fondo aggrappato al suo buon pretesto.
Il sigaro toscano che aveva preso un secondo prima del tracollo, scivolò via dalle dita tozze, e rotolò sul pavimento.

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25
gen
2014

lo stretto indispensabile e le note di piano.

Supero la frontiera del mare dei vivi

sarà luce questo nuovo continente?

Sarà pace, infine, questa terra nuova?

 

Supero la frontiera del mare dei vivi

e lascio i cento morti di speranza e di fame

nel mare dei morti che è di petrolio, non d’acqua.

 

Supero la frontiera del mare dei vivi

lo faccio per il tempo che viene, perché è giusto

devo solo avere il coraggio di convincermene

e non credere ai volti che ho intorno desolati e santi.

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02
nov
2013

Dei colori delle foglie in autunno.

Mi conducono a te

oltre i rumori della città ed i motori degli aerei,

la forza del legno

ed i colori delle foglie

che subiscono

di stagione in stagione

la carezza gentile del tempo.

 

Nei rami degli alberi scorre il sangue della terra

e nel tuo cuore tutto il mio.

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05
ott
2013

Ottobre

Giornata pesante, aria grigia, niente musica. Da un po’ di mesi è come se avessi ingoiato un macigno. Non penso a niente che non sia quello che devo fare o quello che non sto facendo. Non una riflessione che non sia un programma o un monito. Non sono mai presente. Neanche mi manco.
È arrivato un freddo tremendo, invernale. L’aria è gelida, tagliente; l’umidità ti bagna i vestiti. Non ho ancora capito come usare la nuova pompa della bici, e le camere d’aria sono al collasso, appiattite sotto una bustona di spesa e 54 kg di carne. Mancano pochi metri a casa, e taglio dai parcheggi, così mi sgravo per lo meno del carico d’ansia che la strada e le auto mi portano. È lì che guardo avanti, e vedo il cielo. E non per capire se c’è luce, se pioverà, o se sta passando un aereo. Vedo il cielo e basta, vedo il cielo per quello che è; e per quanto grigio, per quanto squallido, e triste, e vuoto; mi sento rassicurata, mi sento tranquilla, mi sento al mondo. Allora chiudo gli occhi e inspiro il ricordo di una vita fa. Di me che salgo a casa con i doposci, la tuta in vinile e un secchiello di neve. Mia mamma è in cucina, non la sento ma mi sta dicendo di andare ad asciugarmi. Fa veramente freddo, le mie calze, i miei guanti e i miei capelli sono zuppi di acqua ghiacciata; ma sorrido in un fiatone emozionato di mille storie inventante e troppe altre in lista. Elena mi ha detto che bisogna lavarsi le mani con l’acqua fredda e poi pian piano passare a quella calda, per evitare i geloni; ma a me i geloni non sono mai venuti e poi fa freddo, così, dopo un espiatorio secondo di acqua fredda – che non sento nemmeno, tanto sono intirizzite – lascio sciogliere il mio cuore in un brivido di acqua bollente, e sento il calore che scende giù per la spina dorsale, rilassando ogni piccolo muscolo della schiena.
Mia mamma sta preparando la cioccolata calda, ma non come nelle pubblicità, in un’aura di benessere prestabilito; la sta preparando con l’ansia, con la preoccupazione di chi si domanda quanto e come ogni suo piccolo gesto influirà sugli altri. Si chiede se fa bene a mandarmi a giocare nella neve con i cani, si chiede se mi sono asciugata bene i capelli che anche mia zia da piccola non si asciugava i capelli e poi ora già che è ancora giovane le fanno male le ossa, si chiede se la cioccolata è venuta bene, se è abbastanza densa, se ne voglio dell’altra, se i miei fratelli quando tornano a casa la vogliono anche loro, se ce n’è abbastanza, e se le nonne non scivoleranno, con tutta questa neve. Io sono concentrata sulle mie storie, sulla neve, sui cani, sulla cioccolata. Mi accoccolo contro il caminetto e avvolgo la tazza calda tra le mani. Accendo la tv e mi perdo nella commistione di mille mondi e per ogni mondo di mille visioni.
Riapro gli occhi una frazione di secondo dopo. Poggio la bici, strattono fuori a stento la spesa dal portapacchi. Cazzo quanto pesa. Con un piede puntello la bici contro il pilastro. Poi la chiudo in garage e arranco fino all’ascensore sotto il peso di chili di verdura biologica e ansia. A casa non c’è nessuno, il portone è serrato. Il silenzio mi riempie di quel vuoto ormai troppo scontato, che è ormai troppa parte di me. Credo di essere felice perché sola in casa, credo di dovermi sbrigare a mettere a posto la spesa in frigo prima che mia cugina torni con la sua. Credo di dover studiare, credo di voler cucinare, non credo di avere ancora fame ma credo che tra un po’ la fame stessa non mi darà il tempo, di cucinare.
Affetto i funghi sul tagliere. Soffriggo l’aglio, rosolo i funghi col timo. Mi riempio i polmoni di ricordi. Credo di essere ancora viva, ma non ne ho l’assoluta certezza. Accendo la tv e mi alieno dalla mia paranoia per vivere nell’univocità della visione parziale di un singolo mondo, altrui, che non mi tange.

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20
ago
2013

Lettera d’amor proprio

È forse la luce accesa. O il pc fisso spostato nella sala. Alla vista di tutti.
È forse quella camera, tua di diritto più che di fatto.
E che cosa sei tu?, un diritto che non fai valere. Lasci quella camera nascosta sotto un velo di polvere e distrazione finta; museo in tua memoria, in memoria della tua memoria. Quando te ne sei andata hai regalato tutto quello che non meritavi, spedito ad amici lontani in pacchi di scarpe da skate. Ma quei mobili, quei ripiani, quei cassetti, erano il tuo specchio; ed ora che sono solo un vecchio ritratto in cui non ti riconosci, preferisci non guardarlo, preferisci non vedere la vita che è colata via dalla tua persona, i colori che, incrostandosi su quelle mensole, ti hanno sbiadita.
È forse tutto questo che, paradossalmente, mi fa pensare a te. Il motivo per cui ti cerco, o meglio, il motivo per cui mi dico che forse dovremmo risentirci.
Ma non ti trovo, perché sola con me stessa non sono mai. Perché non voglio, o perché non posso. O perché ho paura di te, paura di quello che ancora potresti spingermi a fare, tu che hai più senso di qualunque significato, tu che col tuo tormento mi dai la vita, la sensazione di vivere, di essere presente, e coinvolta. Ti ho ammazzata, forse, con una cura per salvarmi da me stessa. Ma è altrettanto probabile che io stia meglio senza te, come meglio sono stata senza molti da cui credevo di dover dipendere. A un certo punto stacchi la spina e la attacchi in un’altra presa: più comodo e più sensato di una prolunga. E finisce così – con un bisogno creato dalla soddisfazione di un altro bisogno, che trova sollievo semplicemente nell’insoddisfazione. La ricerca non delude, al massimo disillude.
Ma io non ti sto cercando, io mi sto solamente ricordando di te, mi sto solamente chiedendo se dovrei guardarmi indietro, se dovrei inscatolare o portare con me il piccolo mausoleo della mia tragedia personale. Questa è la mia piramide. Questa è la mia tomba. Mi sono soltanto lasciata indietro.
La TV si accende alla mie spalle. I miei parlano tra loro e con me. Vorrei non esserci. Vorrei riuscire a stare da sola con te. Vorrei rivedere i tuoi occhi, ma ho paura. Ho paura di non vedermi riflessa. Non mi appartieni più, non mi servi. Mi hai zavorrata finché dovevo restare sott’acqua, finché dovevo vivere una vita folle e nascosta al visibile e al possibile. Ora ho bisogno di stare in superficie. Coi piedi per terra.
E quindi ti lascio, vita mia passata. Vorrei ricordare con malinconia le tue tristezze e le tue battaglie, i tuoi amori e le tue ingiustizie; e i tuoi momenti di malinconia, e i tuoi tentati suicidi. Vorrei potermi sentire ancora inerme dinnanzi a passioni tanto smisurate, e inumane: eppure non ci credo, non ci credo più. Sei il buco che mi è rimasto sotto la cicatrice. Quando vorrei morire e non piango, sei tu; e quando vorrei amare e non amo, sei tu; e quando vorrei soffrire e non peno, sei ancora tu; sei tu, tu quel buco nella mia coscienza, sei tu la coscienza che non ho, e la sensibilità che ho perso; sei tu il mio pessimismo perduto e tu la mia depressione sconfitta.
Cosa resta, di noi? Solo io. O forse neanche io, forse non del tutto.
Ma non è tristezza, questa: è nostalgia, è vivere l’attimo presente per non pensare a quello prima e quello dopo. Sono felice ora. Ora sto bene, e ballo ogni notte sulla tua tomba.  Ma il mio cuore è fermo, non sento più un battito. E mi chiedevo quindi se la risposta fossi tu, nonostante ti abbia bella che seppellita. Mi sono chiesta se questo è stato il vero prezzo, e non quello della terapia: se il vero prezzo del liberarmi di te non è stato il lavoro che è occorso, ma proprio il perderti, il non poterti più avere.
Mi fa sorridere il rendermi conto che tante, troppe persone potrebbero sentirsi destinatarie di questa lettera fine a se stessa. E invece la lettera è fine a me stessa. È forse una lettera d’amore, forse solo una lettera di rimorso. Non ti ho mai accettata, ma in cuor mio ho cercato di difenderti, e giustificarti, e trattenerti con me fino all’ultimo. Fino al duello finale. Era io o tu. Era la realtà o il sogno.
E non posso far altro stasera, come ogni sera, che augurarti una buona notte, l’ennesima buonanotte, per la tua ennesima notte. E se vorrai tornare nei miei sogni, non me ne potrò dare colpa.

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25
lug
2013

Delle nostre Galassie che si reggono su fili di seta.

La leggerezza con cui mi cammini addosso

Le storie ripetute tutte identiche

Le cose che non cambiano

Le tue mani sottili

 

Se mi sento viva è perché mi vivi dentro.

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17
lug
2013

Velluto blu (parte I)

tra tutto quello che aveva lasciato sul cuscino

oltre alle sbavature del mascara, ai grovigli di capelli, alle ciglia cadute per il lutto del risveglio,

c’era anche fermo, a boccheggiare, un cuore ancora caldo e turgido.

Gemma aveva la memoria offuscata da velluto blu, lo stesso velluto del vestito della donna nel film di Lynch, non sapeva che ora fosse o dove si trovasse, ma riconosceva la stanza in cui si era svegliata, una familiare accozzaglia di colori. Pensava all’ultima cosa di cui aveva memoria, ma le sembrava che fosse lontanissima nel tempo, come un ricordo d’infanzia che è più rumore che spazio, che si perde tra le cose accadute e riaffiora con un odore, un gesto.

Nella stanza c’era una grande finestra con le imposte bianche, non sentiva nessun rumore venire da fuori, doveva essere in campagna. Qual era l’ultima cosa che aveva fatto prima di andare a dormire? Bere un bicchiere di latte freddo, forse, aveva in testa una gran confusione. La stanza profumava di oleandro, riusciva appena a  percepire il battito del suo cuore, le sembrava fosse irregolare.

D’un tratto sentì dei passi nel corridoio, si facevano sempre più vicini, erano passi di uomo, lenti, forti, passi di chi non torna indietro.

I passi si fermarono, sentì il cigolio della porta di legno che si apriva muovendo un vuoto d’aria, poi il viso di un uomo.  ”Gemma”, le disse “dobbiamo andare.”, e si avvicinò al letto su cui era steso, tremante, il suo corpo.

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03
mag
2013

Chi si credono di essere gli intellettuali!?

Quanto tempo riesci a contenere in un ora.
Il passato è lontano ma esiste; allora cosa ti porti dietro?
Cosa scegli di portarti.
L’anima è liquida, mi suda addosso.
Il distacco e….l’avvicinamento come soluzione?
In che verso andare; l’alto o il basso? Vincere!? Contro chi? Non so.
La colpa e i colpevoli, come se esistessero davvero, piccoli e modesti peccatori… gli egoisti, quello che possono, fanno. Deboli e teneri loro.
Come lasciarsi ferire da gente così?
Ed ora l’intellettuale di turno mi osserva. Già lo odio, lui come un albero, sua formica io, e mi fa – vuolsi così colà ciò che si puote come si vuole- ed io capisco, ma non accetto. Così dal monte l’uomo scende e chiama: dice – Io voglio, senza metro,……..il parto…… di una stella che…. …danzi-. ha la bocca cementata così molti ridono di lui mentre mi mette in guardia da un certo drago che tutti vedono tranne il sottoscritto. Difficile,
così col sole riscopro l’alessandrino del millenovecento, una vita spesa a spezzare lance in mio favore- Né i lestrigoni né ciclopi incontrerai, se non te li porti dentro, se l’animo non te li mette contro…
l’animo…
con questo concetto rischio una sorta di avvitamento emotivo. Stupefacente!!!!
Bacco sorride alla mia ingenuità.
Caro Apollo, avrei dovuto assecondarti e invece ho raccolto la tua antipatia, poi l’ho fatta mia. Agamennone è uno sbruffone.
Fosse stato a Waterlloo avrebbe perso anche lui,
Ora in preda al suo cinismo Napoleone sfinisce a morte Macchiavelli, si rimproverano ambedue i loro vizzi.
Egocentrico, taccia gli altri ragazzi alla pari il De Medici all’apice della sua frustrazione; con le loro commedie fanno la storia……misera. Del domani è la sola cosa certa.
Sanno giocare a schacchi i generali, ma perdono a carte ed è sempre lo stesso zingaro a fargli le scarpe.
Questo la storia non lo dice, né tantomeno dice che il 25 ero a Montesole, a ricordare la resistenza. ché ci sono arrivato con una costoletta di figli di nessuno “per ora”, zingari, e abbiamo “guadato” il Reno per due chilometri e mezzo, altro fiume al fiume, poi montagne, e calchi di rocce, e sassi, e fango, terra! Poi Sole, vino, freddo e notte. Così ti ho pensato, ma questo nessuno lo sa.
Non diranno che un tempo ci siamo incrociati, né che la luna era più grande che mai in questi giorni, semplicemente ricorderanno una certa eclissi.
Non sapranno mai che ci siamo incontrati.
Semplicemente, noteranno una certa alchimia tra me e il cielo, tra me e il mare…nessuna spiegazione per loro. Essi immagineranno esattamente come Manzoni i nostri ultimi giorni.
Ecco, è questo, l’indicibile. Ciò che vive di sé.
Odio Goethe, i suoi dolori molesti e infantili mi stressano, e Seneca, così ubbidiente alla rassegnazione, amo Lucrezio, la sua indecenza e a furia di leggerlo un giorno gli ho chiesto di sposarmi… e fu sorridendo che mi disse che a un morto l’amore non porta quel che conta…
cercala tra i vivi la vita, ripeteva.
Ed ora che ho allungato i miei capelli, ho segnato la mia mano e mi sono promesso il vivo, ed è  da un po’ di tempo a questa parte, che
quando penso al tempo, lo immagino come una sovrapposizione di diverse linee x, x’, x”, x”’: sono persone, momenti, fatti, che, da persone serie quali siamo io e te, lettore, teniamo a mente e  fanno di noi ciò che siamo.
Ci rendono forti.
Quindi non stupirti quando col sorriso ti strizzo l’occhio!

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26
mar
2013

Smeraldo.

Il verde dei suoi occhi contagiava gli alberi di primavera, era una sorta di condanna, nessuno che le fosse accanto poteva nascondere la sensazione di leggerezza che dava il suo sorriso. Aveva vissuto per anni nascosta in giardino, badava alla vecchia zia che era l’ unica familiare sopravvissuta all’incidente del bosco, usciva raramente a farsi bagnare dal sole, la sua pelle rifletteva i raggi come fosse d’oro, accecava gli insetti di luce. Il giono del grande freddo si era affacciata alla finestra e un vecchio che passava di là spingendo le provviste del giorno, vedendo da lontano quel bagliore intenso, d’improvviso cadde a terra svenuto. Quando si svegliò, ancora stordito  e circondato dal brulicare delle voci, il vecchio indicò il punto luminoso in lontananza e venti uomini corsero in quella direzione. Catturata che fu la ragazza, spogliata di ogni colore, privata degli occhi, squartata, ormai spenta, il vecchio raccolse le provviste, riprese a camminare e pensò che nel paese della malinconia, ogni luce è reato.

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18
mar
2013

Il sottoscritto

Quello che mi fate rimpiangere,
il non avere fatto da me.
Mi fate rimpiangere di non aver mai lanciato una bottiglia, il mio educato contegno,
quello che mi fate rimpiangere è di non essere stato mai il primo a cadere.
Un metodo criminale sa trascinare nel fango,
ebbene,
quello che mi fate rimpiangere è di avervi seguito
quando invece avrei dovuto andare.
È sempre e soltanto la solita parte
quella che alimento
l’uomo garbato e il suo buonsenso.
La mia ingenuità è la stessa di chi alza un estintore,
respira ancora dopo essere caduto da nove metri
si difende dallo stato che anche sul traliccio elettrico
vuole venirgli a raccontare la sua democratica soluzione,
una mattanza di scimmie che, ridono, corrono, scorrono, cibandosi e intanto
stuprandosi i nostri concetti etici.

Schernisce il mio amore chi non sa che fare.

Io intanto
in questo mondo limitato,  ho inseguito un sogno
quando ho incontrato l’autorità competente.
Non credo di piacerle.
Però ch’é buffo,
a vederlo ha l’aspetto di un un goffo e pigro persiano,
il potere,
che ci guarda e si lecca i baffi,
così penso
perché non invadiamo l’Aventino?
Una volta occupato non sapremo che farci,
ma almeno avremo qualcosa da raccontare finalmente anche noi
a tutti quei pezzenti che ci chiedono spicci per strada,

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